L’Acrobata dell’Amore, kataweb incontra Michele Zarrillo
Mercoledì 16 Aprile 2008
Suona la chitarra con lo spirito di un vero rockettaro di altri tempi. Morde le corde, emette suoni potenti. Ascolta Jethro Tull, Black Sabbath, Led Zeppelin. Soprattutto ascolta tanta musica. Note del passato e del presente. E’ aggiornato, onnivoro, curioso, in continua evoluzione. Ed è uno spirito inquieto, che non si stanca di osservare. Michele Zarrillo ha un cuore rock. Una sfumatura segreta intorno a quello stesso cuore che ci ha abituato ad ascoltare con le sue canzoni.
“Ho cominciato da bambino, suonavo la chitarra nelle cantine, in periferia a Roma, ero anche bravo e la musica era tutto. Lo è ancora”, per spiegare la sua entrata dalla piccola porta della musica italiana, Michele Zarrillo è partito da lontano. Da ombre e da odori di muffa di sale prove improvvisate. Passando dai sogni che riempivano la testa di un ragazzino dalle mani veloci. E che a 15 anni si ritrovò con un gruppo rock progressivo, i Semiramis dove suonava già il fratello Maurizio, a esibirsi allo storico raduno rock di Villa Pamphili. Era la primavera del 1972. E furono tre giorni in cui Roma fece il suo piccolo Woodstock. “Era stato il caso a portarci su quel palco, ma suonammo davanti a tanta gente famosa, c’erano gli Osanna, il Banco del Mutuo Soccorso, e tanti altri gruppi che ora non ci sono più. Ma furono tre giorni di musica, di rock, e di sole”, sorride ripensando a un’atmosfera che non c’è più ma che gli è rimasta dentro. E scorre ancora come scariche elettriche tra le sue dita.
“In quegli anni la scoperta dei cantautori cambiò tutti, e soprattutto cambiò me. Alla fine l’arrivo di Battisti fece prendere al resto un’altra luce. Mi resi conto proprio allora della potenza del pop. Perché il pop permeteva di dire tanto, di osservare le cose da diversi punti di vista. E arrivava a tutti”. Fu così che Zarrillo si lasciò l’avanguardia alle spalle e oltrepassò la porta, per intraprendere i primi passi verso la carriera che conosciamo. Prese il nome di Andrea Zarrillo: “Michele non so perché a qualcuno sembrava troppo poco incisivo. Sono quelle cose assurde che adesso non mi spiego, ma allora era così. Dopo però mi riappropriai del mio nome. E devo dire che ci convivo ancora benissimo”. Compositore di musiche per grandi come Renato Zero o Ornella Vanoni, nel primo anno degli anni Ottanta esordì a Sanremo con Su quel pianeta libero e l’anno dopoo con Una rosa blu.
Alla kermesse della canzone italiana ha partecipato nove volte. “Non so perché mi considerano un’artista sanremese. Io al festival non ho mai vinto. Al massimo un quarto posto, in genere non supero l’ottavo…”, sorride spesso Zarrillo quando parla. Sorride sul fatto che una vittoria, tra le nuove proposte invece se l’era aggiudicata con La notte dei pensieri. Sorride perché il Festival, lo ripete spesso, gli ha sempre dato la possibilità di fare ascoltare i suoi brani. Di lanciarli da quel palco per lasciarli volare da soli. “Quello che ho cantato non avrà avuto risultati immediati, ma nel tempo sono sempre diventati un successo”.
La notte dei pensieri, Cinque Giorni, L’elefante e la farfalla, Gli angeli, L’alfabeto degli amanti, L’Acrobata, fino a quest’anno salito all’Ariston con L’ultimo film insieme. Tante volte. E tanto serve per diventare uno di famiglia. Zarrillo ha la voce gentile, potente, meno roca di quando canta. La tiene sotto controllo e negli anni ne è diventato un indiscusso padrone. Ha imparato a farlo per poter assomigliare solo a se stesso.
Come un uomo tra gli uomini, Zarrillo è ispirato dai sentimenti. Che muovono il mondo, e sono alla base di tutto. “Non posso farci niente, per me parte tutto da lì e mi viene naturale esplorali, partire e muovermi da là. Quando ho scritto Cinque giorni mi ero separato da poco. Non riuscivo neanche a cantarla, anzi non la cantavo proprio. Una sera ero con Vincenzo Incenzo, autore della maggior parte dei brani che ho pubblicato fino a oggi, e lui mi convinse a provarci. Non sapevo bene la struttura che avrebbe dovuto avere il pezzo. Ma ricordo che la cantai come la conoscete oggi, e venne giù da sola, struggente. Soprattutto per noi che a quel tempo stavamo malissimo per amore. E’ una canzone vera, non è stata costruita a tavolino. Non è stata premedidata. E lo so che qualcuno mi vuole ammazzare perché l’ho scritta e perché fa male. Ma è un pezzo che si lascia ascoltare fino in fondo. Così come per superarlo anche il male va vissuto tutto”.
E’ quello che piace di lui. La compostezza, l’eleganza di non essere invadente, di sapere essere gentile. E sono chiavi importanti in questo mondo di spintone date in giro per poter passare. Sono chiavi in grado di aprire porte straniere. Zarrillo è amato in Spagna e nel resto d’Europa (”Ma non fatemi raccontare di quando m’invitarono in una trasmissione spagnola per cantare Cinco dias. Non riuscivo proprio a impararla senza leggere il testo e feci un playback assurdo, completamente fuori sincrono. Una scena pietosa…”.). E ama suonare, andare in tour. Suonare. L’album Le occasioni dell’amore nasce così, come live registrato nei due concerti di Roma e Firenze.
Zarrillo è un classico. Non è un artista in cerca di rivoluzione. Non è un anarchico sperimentatore. Ma non è spaventato dalle polemiche, non ha paura di fare domande e sa mantenere il punto, guardare le cose dalla propria angolazione. Sa salire sul palco di Sanremo senza stonare per l’emozione. Arrivare fino in fondo un fuori sync in diretta tv. E sa guardarsi intorno. Mantenendo, elegante, l’equilibrio perfetto. Per essere la giusta via di mezzo tra un elefante, e una farfalla. .